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Tom Felton is convinced he has crazier fans than his Harry Potter co-star Daniel Radcliffe - he once received a letter from a devotee who asked to adopt him.
The actor - who plays Draco Malfoy, the rival of Radcliffe’s boy wizard - has met several wacky Potter followers since filming the franchise’s first movie at just 13, and is sure none of his castmates can top his mad encounters.
He tells Britain’s GQ magazine, “One guy wanted to adopt me. He’d legally changed his name to (Draco’s dad) Lucius Malfoy and wanted to be a happy family. He didn’t get a reply.”
The 21 year old has also had to cope with wizard fanatics casting their magic on photos of the Harry Potter stars to depict them in risque positions.
He adds, “Oh God, I saw this crude picture - all I’ll say is that Daniel and I were never in that bed. Shame on whoever did that on Photoshop, it’s caused me hell. My brother has it on his phone as a screensaver.” »
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Tom Felton è convinto di avere fan più impazziti di quelli che sono capitati a Daniel Radcliffe.
Il giovane attore, che nella saga Harry Potter interpreta il pericoloso Draco Malfoy, ha rivelato di aver ricevuto in passato una bizzarra lettera di un fan che chiedeva di adottarlo.
In un’intervista a GQ, Felton racconta: “C’era un tipo che voleva adottarmi. Si era fatto cambiare il nome in tribunale in Lucius Malfoy (il papà di Draco) e voleva che io e lui fossimo una famiglia felice“.
Il 21enne attore ha anche parlato dei fotomontaggi apparsi su internet: “Oh Dio ho visto quella terribile foto e io e Daniel non siamo mai stati su quel letto. Maledetto chiunque abbia fatto quel montaggio su Photoshop. E’ stato terribile per me. Mio fratello lo ha impostato come screensaver nel suo telefono!“.
Aubrey Beardsley
Aubrey Beardsley
1. L’editoria per ragazzi è un settore con una forte presenza femminile. Perché secondo lei?
Naturalmente la risposta più ovvia sarebbe attribuire questa presenza al “senso materno”, al rapporto e all’attenzione assolutamente speciale che le donne hanno non solo con i propri figli, ma con i bambini in genere. Tuttavia io non credo dipenda esclusivamente da questo. Credo che l’editoria per ragazzi sia, in un certo senso, legata al “femminile”, che siano donne o uomini a occuparsene. Per la quantità di arti che inevitabilmente racchiude – pittura, illustrazione, poesia, letteratura, grafica, talvolta anche musica – , per l’attenzione che richiede all’altro, per la sensibilità e l’immaginazione indispensabili a chi se ne occupa.
2. C’è un modo diverso, secondo lei, di pensare i bambini, di immaginarli come lettori, che in qualche modo dipende dal fatto di essere donna?
Non saprei, forse sì. Tuttavia, anche in questo caso a mio avviso, piuttosto che di donne, è più giusto parlare di “femminile”, cioè di quella parte che appartiene comunque anche a ogni uomo. E al femminile appartiene certamente la volontà di non ferire – o almeno di non ferire inutilmente – i bambini. Di non usarli, di non strumentalizzare i loro desideri o le loro paure. La volontà di farli crescere, e la crescita passa certamente anche per i libri.
http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_content&view=article&id=81&Itemid=59
Incontro bambini in relazione al mio essere disegnatore e scrittore di libri fatti pensando a loro. Sono incontri mediati in un primo momento da bibliotecarie e libraie, e in un secondo tempo dalle maestre, che arrivano in libreria e in biblioteca con le loro classi. Scrivo tutti i mestieri al femminile perché quasi sempre sono svolti da donne. Direi che se fosse per gli uomini non vedrei altri bambini se non mio figlio. Faccio pochi incontri all’anno. Un po’ perché quando veramente funzionano c’è un dispiego di energie tale da lasciarmi esausto. E un po’ nella speranza di non trasformarmi anch’io in un professionista di incontri coi bambini. A volte straordinarie, più spesso le maestre si dimostrano un ostacolo alla buona riuscita dell’incontro. Se disinteressate, parlano fra di loro mentre i bambini sono assorti nel racconto. Oppure, ossessivamente presenti, soffocano ogni loro gesto inconsueto e manifestazione spontanea. Quando partecipano i loro interventi raramente raggiungono il livello d’immaginazione, di sofisticazione che c’è nelle cose dette dai bambini. Questa differenza credo in parte provenga dalla diversità - quasi zoologica - fra bambini e adulti: mentre la maggior parte dei bambini che ho conosciuto ha interessi molto ampi e curiosità quasi illimitata su ogni argomento, la maggior parte degli adulti che ho conosciuto ha interessi molto limitati e indifferenza quasi illimitata su ogni argomento. Ma forse è anche costitutivo della scuola, come istituzione, il togliere il respiro a quella complessità naturale che in moltissimi hanno quando sono bambini. Faccio un esempio che mi è vicino, il disegno. Più o meno tutti siamo andati a scuola e abbiamo imparato a leggere e a scrivere. Più o meno tutti siamo andati a scuola e abbiamo disimparato a disegnare, come se la scuola, con la sua ossessione per la parola scritta e il suo implicito disprezzo per l’immagine, fosse una gigantesca fabbrica di analfabeti visivi. Forse questo non è scollegato al modo in cui ci siamo ritrovati affascinati davanti alla televisione, incapaci a distinguere le immagini vere da quelle false. Un frutto di questa stessa negligenza verso l’immagine lo si ritrova nel vero letamaio visivo costituito dai libri di testo scolastici su cui studiano e imparano a leggere i bambini. Le illustrazioni, il tipo di carta, l’impaginazione, ogni cosa è fatta al ribasso, è brutta, falsa. Qualunque albo di figurine di Dragonball è realizzato con maggior impegno, qualunque fumetto di supereroi ha una relazione testo-immagine di gran lunga più interessante. Certo, anche in libreria le cose non vanno bene. Una gran parte di quello che si spaccia per letteratura per ragazzi è scritta da persone che non hanno niente d’interessante da raccontare e illustrata da gente che non sa disegnare; un mainstream di forme arrotondate, colori brillanti e storielle edificanti di cagnette e conigli. Dalla scuola, però, non sarebbe lecito aspettarsi un maggior grado d’attenzione riguardo a testi e riguardo a un visivo su cui i bambini verosimilmente si formano? Della scuola, però, paradossalmente non sembra si possa fare a meno. A Milano, dove abito, gli adulti si sono accaniti contro l’infanzia in modi che non ho visto nelle altre città dove sono vissuto: La Plata, Città del Messico e Londra. I bambini sono svaniti dall’orizzonte visivo, rimossi dai parchi dove non possono arrivare senza genitori/nonni/baby sitter che aiutino loro ad attraversare le strade, esiliati dai marciapiedi abitati da macchine e rumore assordante, impossibilitati dunque a fare esperienza per conto proprio, fra di loro. La scuola pubblica resta l’unico posto dove i bambini possono ritrovarsi insieme - anche se sotto una mediazione adulta - senza troppe distinzioni razziali o sociali. L’ultimo posto dove Mowgli può ancora sperare di trovare Bagheera e Baloo.
Fabian Negrin, 25 luglio 2009
http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_content&view=article&id=47&Itemid=59
Dal discorso letto in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel
Ci sono cinquecento ragioni per le quali ho cominciato a scrivere per i bambini, ma risparmierò tempo menzionandone soltanto dieci. 1. I bambini leggono i libri, non le recensioni. Non gliene importa un fico secco dei critici. 2. I bambini non leggono per trovare se stessi. 3. Non leggono per liberarsi della colpa, per soddisfare la sete di ribellione, o sottrarsi all’alienazione. 4. Non sanno cosa farsene della psicologia. 5. Detestano la sociologia. 6. Non tentano di comprendere Kafka o il Finnegan’s Wake. 7. Credono ancora in Dio, famiglia, angeli, diavoli, streghe, folletti, logica, chiarezza, punteggiatura e altre cose altrettanto obsolete. 8. Amano le storie interessanti, non i commenti, i manuali o le note a pie’ di pagina. 9. Quando un libro è noioso, sbadigliano apertamente, senza vergogna o paura dell’autorità. 10. Non si aspettano che il loro scrittore favorito redima l’umanità. Giovani come sono, sanno che non è in suo potere. Solo gli adulti hanno simili illusioni puerili.
http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_content&view=article&id=80&Itemid=59
Riguardo la sua attività di autore, Sendak disse: “Sin dalla più tenera infanzia i bambini convivono con emozioni dirompenti; paura ed ansia fanno intrinsecamente parte della loro vita quotidiana, devono confrontarsi meglio che possono con continue frustrazioni. Proprio attraverso la fantasia i bambini giungono alla catarsi. Essa è il migliore strumento per dominare i Mostri Selvaggi. È il mio lasciarmi coinvolgere dall’inevitabile condizione dell’infanzia, la terribile vulnerabilità dei bambini e la loro lotta per divenire i Signori di tutte le Cose Selvagge, a conferire alla mia opera quella verità e quella passione che le si possono attribuire.”
[….]
È un inno alla libertà e all’indipendenza, alla crescita e alla consapevolezza, permeati dalla coscienza della presenza rassicurante della famiglia. Un rito di passaggio attraverso la scoperta del diverso, per conoscere e dominare il Mostro Selvaggio che è in noi e un ritorno alla serenità, quella familiare serenità che profuma di cena tenuta in caldo dalla mamma.
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